LONDRA, 18 SETTEMBRE 1970: LA 'STRATO' NON BRUCERÀ PIÙ

In Hendrix convergono e si amplificano molti degli aspetti della cultura del suo tempo. Un tempo il suo forse troppo breve, morì infatti a soli 28 anni (Londra, 18 settembre 1970), ma certamente sufficiente a consacrarlo e a fissare la sua immagine nell’immaginario: sia di chi d’ora in poi lo avrebbe idolatrato, sia di chi lo avrebbe visto come il simbolo negativo, l’antimodello incarnato da una rockstar maledetta, drogatissima e “certamente” dedita a culti e adorazioni dubbie… in perfetto stile da anti-rock movement.

Hendrix icona controversa e trasgressivaquindi, ma questo è l’ovvio, l’evidente luogo comune, che oggi ce lo riporta alla mente: nelle immagini dei concerti, nell’abbigliamento esotico e nel piglio flower power, nell’idea del pacifismo a oltranza di quegli anni, con la suastratocaster nella Woodstock infangata dagli acquazzoni o nell’isola di Wight, con la sua Gibson flying V auto-decorata.

Hendrix fu quindi uno dei personaggi che più riuscirono, da musicisti, a divenire celebri anche per fattori non solo musicali: l’estetica, la politica, lo show mediatico, il grande evento di comunicazione. Tutte caratteristiche che il rock è andato ad assumere proprio nel passaggio fra i ’50 e i ’70. Il rock non era musica, era linguaggio, un linguaggio dirompente e d’avanguardia, straripante ed eccessivo, come le vite che questi artisti conducevano e corrispondente alle aspettative di cambiamento delle generazioni più giovani.

Forse però oggi, nell’anniversario della sua morte, dovremmo depurare la figura di James Marhsall Hendrix di quelle che sono state maggiormente le aspirazioni e i sogni trasgressivi del pubblico, di una intera generazione che in lui ha visto un liberatore spirituale, misticamente impegnato ad adorare e possedere la sua Stratocaster dalle proprietà salvifiche: dobbiamo tornare all’arte dirompente e basta, all’aggressività del suo suono e all’etere spiritico che animava i suoi fraseggi ipnotici, allucinati. Hendrix sapeva di essere una celebrità, ma non immaginava di rappresentare ciò che il pubblico vide in lui e men che meno di morire il 18 settembre del 1970 in una stanza del Samarkand hotel di Londra, mentre era in compagnia della sua ragazza tedesca.

Hendrix può essere davvero visto come un uomo che si cercava disperatamente e che lo faceva tramite pratiche estreme, un artista totale, ingovernabile e inarginabile, con lo spirito ingenuo, stremato e non troppo saldo che si formò nei suoi anni di bambino, privi di qualsivoglia stabilità, affastellati dai pessimi rapporti con la madre, alcolista e girovaga, nonostante i tentativi di riconciliazione e riunione familiare tentati dal padre dopo il congedo militare. Una vita da black men, di origini Cherokee e ai margini, quella di Hendrix negli States, nato quando la seconda guerra mondiale non era ancora terminata (Seattle, 27 novembre 1942), poi gli anni Cinquanta e solo dopo, i primi diritti per i neri. Nella sua musica troviamo anche l’ambiente circostante, le melodie  languide e liquide come quelle che gli suggeriva istintivamente la sua terra natale, la Seattle dei boschi e del mare, dell’umido e delle piogge, ma dal grande calore che si apriva nei club e nei luoghi della musica, sempre selvaggi e attraversati da un po’ di quella nostalgia per la frontiera, che caratterizza gli stati dell’ovest.

Ecco forse possiamo dire, ripercorrendo il suo estremismo, che la morte, esorcizzata e a tratti evocata come in un rituale nativo, era, nelle esagerazioni di Hendrix, una cosa del tutto normale: l’autodistruzione era parte della sua costruzione personale e artistica del tutto istintiva.

Le sue stratocaster (bianca, rossa, o ancora sunburst), erano chitarre regolari da right-handed divenute celebri anche perché Jimi le suonava da Mancino, con le sole corde invertite, quindi guadagnando in nitidezza delle basse e in corposità sugli acuti. Potenziometri e leva del vibrato in alto invece che in basso e lunghezze variate delle corde (dovute al mantenimento della paletta da destri) consentivano a Hendrix di raggiungere toni bassi e densi, distorsioni profonde e mai disarmoniche o secche, ma sempre gonfie e cariche, in perfetto stile blues, che Jimi aveva dentro di sé. Con le sue modifiche agli strumenti Jimi poteva accedere a suoni, fraseggi, rumorismi e diteggiature del tutto originali.

Se riascoltiamo i suoi dischi, da Are you experienced (1967) all’ultimo eccezionale Band of Gypsys (1970), respiriamo accordi acuti e vibranti con un suono pastoso e acido allo stesso tempo, alternati a botte di colore caldo date da un uso della strato molto percussivo sulle note basse e, non di rado, arpeggi quasi bassistici coi quali Hendrix si accompagnava da solo per gli accordi. Abbiamo poi la sensazione che le pulsazioni del funk stessero da sotto muovendo anche i riffs di chitarra e basso (si pensi a Who Knows).

Quella che ricordiamo oggi è quindi una grande eredità musicale, che vanta milioni di appassionati, musicisti e non, giovani e non, che adorano, riarrangiano e riadattano i suoi brani, che, certamente, non hanno smesso di infuocarsi, come la sua strato, il 18 settembre del 1970.

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