IL DIPENDENTE NON DEVE SEMPRE OBBEDIRE AGLI ORDINI DEL CAPO


Anche chi esegue materialmente gli ordini provenienti dall’alto può essere licenziato per giusta causa se non si rifiuta di porre comportamenti contrari alla legge.

 

Al dipendente non basta dire “me lo ha ordinato il capo” per poter giustificare eventuali suoi comportamenti illeciti o dannosi per l’azienda: disobbedire agli ordini provenienti dall’alto diventa un vero e proprio obbligo se essi integrano violazioni dolose della legge o costituiscono un danno per l’azienda. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Secondo la Corte Suprema, quand’anche il lavoratore abbia compiti di semplice esecuzione materiale dei comandi impartitigli dal superiore, non può rispettarli acriticamente senza prima verificare se essi siano leciti o meno per la legge o se possano pregiudicare l’ambiente in cui lavora. Si pensi al caso di un superiore gerarchico che ordini a un proprio sottoposto di girargli le email segrete di un altro impiegato, o di sottrarre a un collega dei documenti personali, di gonfiare i costi di una trasferta per aumentare il rimborso riconosciutogli dall’azienda, di fare in modo che un determinato affare naufraghi o di girare i segreti industriali a un’impresa concorrente.

 

Ebbene, in tutti questi casi diventa più che giusto il licenziamento del dipendente che abbia obbedito pedissequamente a comandi chiaramente illeciti. Anche se il lavoratore si trova in una situazione di subordinazione completa, senza che gli siano riconosciuti margini di discrezionalità rispetto alle direttive impartitegli dai boss, egli comunque è tenuto a conoscere la legge e a non violarla, sebbene gli sia stato richiesto dall’alto e, magari, sotto minaccia di una nota cattiva. Non solo egli si pone come corresponsabile in eventuali reati commessi, ma anche rischia il posto di lavoro.

 

Nella sentenza in commento si chiarisce che, in tema di licenziamento per giusta causa (quello cioè che avviene in tronco, senza quindi il preavviso), la condotta di un dipendente che esegua ordini che – benché provenienti dal responsabile gerarchico- integrino violazioni dolose di leggi e doveri d’ufficio, ponendosi in una posizione di acritica obbedienza, non può essere considerato un errore frutto di leggerezza né tale condotta può essere giustificata dal condizionamento ambientale in cui il dipendente si trova ad operare. Il fatto cioè di trovarsi in una posizione di soggezione psicologica rispetto al boss, dal quale possono dipendete promozioni e avanzamenti di carriera, così come penalizzazioni e note di condotta, non può influire sul suo obbligo di rispettare la legge e gli interessi prioritari dell’azienda.

Le gravi e reiterate violazioni di legge possono invece integrare un’insanabile rottura del vincolo di fiducia tra dipendente e datore e costituiscono giusta causa di licenziamento: il codice civile [2], infatti, nel prescrivere che il lavoratore deve osservare le disposizioni per l’esecuzione e per la disciplina del rapporto impartite dall’imprenditore e dai collaboratori di questo -dai quali gerarchicamente dipende – obbliga lo stesso lavoratore a usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore della produzione nazionale.



Il dipendente non deve sempre obbedire agli ordini del superiore
fonte: laleggepertutti.it
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