Innegabile, al giorno d’oggi ancora di più, ma anche negli anni addietro quando, pur su ben altre cifre, chi prendeva a calci un pallone se la passava comunque molto meglio rispetto ai comuni mortali per i quali il calcio era solo un passatempo.
Attenzione però agli stereotipi, perché a tante storie da milionari si affiancano altrettanti esempi al limite della commozione, che avvicinano gli eroi della pedata a normali personaggi della vita quotidiana, capaci di realizzare i propri sogni superando parecchi ostacoli di natura economica o famigliare.
O, semplicemente, vicende di chi riesce a coronare il sogno di milioni di bambini, quello di diventare bandiere della propria squadra del cuore, senza mai cambiare colori. Come dentro un film…
10. Carlos Bacca
Sulla storia che lo vuole controllore sugli autobus insieme al papà fino ai 15 anni, Carlos è sempre rimasto schivo.
Non si sa per scherno o per la rabbia relativa a qualcosa che non sarebbe mai successo, ma nella sostanza cambia poco, perché l’ascesa alla gloria, tecnica e economica, da parte di El Peluca resta al pari della caratteristica di tanti giocatori sudamericani e colombiani in particolare, chiamati a vincere difficoltà economiche e ambientali prima di poter affermare con forza di essere riusciti a coronare il proprio sogno.
Verità o leggenda, resta il fatto che Carlos non ha alle spalle la classica trafila nel settore giovanile, dovendo ringraziare solo il talent scout del, che lo vide palleggiare per strada a 15 anni. Il regista ideale di un film che ha vissuto scene cult a Siviglia, ma che, nella speranza dei tifosi rossoneri, può ancora trasformarsi in un kolossal.
9. Francesco Totti
To be continued… Il Capitano dei Capitani della Roma non vuole smettere di sognare. E soprattutto di far sognare i propri tifosi, oltre a tutti i giovani appassionati di calcio, riguardo al fatto che storie come questa siano replicabili anche nel calcio del XXI secolo che non conosce i concetti di bandiera e fedeltà.
Perché di campionissimi legati a una sola maglia se ne sono visti tanti, da Riva a Antognoni fino a Baresi e Maldini, ma neppure le storie dei due milanisti, profeti in patria come Totti, ma plurivincenti, possono essere avvicinate a quella di Francesco, più forte di tutte le tentazioni di cedere alle lusinghe dei milioni e dei facili trionfi da conquistare nei top team d’Europa. Meglio l’amore smisurato della propria gente.
Ancor di più se si pensa che solo per un soffio il giovane Francesco non passò dalla Lodigiani alla Lazio…
Oggi è un idolo un po’ offuscato per i tifosi del Real, che negli ultimi 20 anni hanno conosciuto decine di campioni magari anche più forti e completi del Capitano, ma molto difficilmente più attaccati alla maglia.
Lui cui parve di aver coronato il sogno di una vita semplicemente approdando sulla sponda “giusta” del Manzanarre, quella per la quale aveva sempre battuto il suo cuore, dopo un anno di settore giovanile con l’Atletico, e che invece si è trovato a vivere una carriera da leggenda piena di gol e record, che non hanno però modificato carattere e umiltà del campione della porta accanto, uno di quelli introvabili nel calcio di oggi.
Il suo 7 è passato sulle spalle di Cristiano Ronaldo: che ha vinto molto di più e battuto tanti primati . Ma non quello della semplicità.
7. Gianluca Pacchiarotti
Ci sono vari modi per entrare nella storia del calcio, e Gianluca ha scelto quelli più romantici e suggestivi.
A cominciare dal fatto che quel gettone in massima serie che lo ha consegnato al guinness non solo italiano è stato anche l’unico della carriera in A, da terzo porttiere di un Pescara derelitto.
E perché 4 anni dopo c’era sempre lui tra i pali dei biancoazzurri quando un certo Diego Maradona segnò il primo gol della propria carriera italiana. E, volendo, pure perché Pacchiarotti è stato tra i pionieri dell’emigrazione applicata al calcio, trasferendosi già a metà anni ’80 allo Schalke 04.
Ma, soprattutto, per la semplicità con cui ha saputo accontentarsi del poco avuto dal mondo del calcio. Qual è il regista che si fa avanti?
6. Salvatore Schillaci
Dalla povertà del quartiere Cep a Palermo fino a un passo dalla vetta del mondo. Centravanti tecnico e implacabile in zona gol con il Messina di Zeman, Schillaci non sembrava predestinato come il fratello Maurizio, acquistato a 24 anni dalla Lazio.
E invece sul treno giusto salì proprio Salvatore, acquistato dalla Juventus nell’estate ’89 e subito titolare in bianconero in coppia con un certo Roby Baggio.
Il debutto boom da 15 gol gli valse la convocazione a furor di popolo nell’Italia attesa dal Mondiale casalingo. Per un mese Schillaci, pur con alle spalle appena 3 gettoni in azzurro, diventa eroe nazionale, tra gol, smorfie e spontaneità.
Il sogno finisce in semifinale, ma Totò è capocannoniere e secondo al Pallone d’oro.
Finite le Notti Magiche, però, scorrono anche i titoli di coda sulla sua parabola nel grande calcio
5. Wayne Rooney
Di soprannomi ne ha tanti, ma ne manca uno. “L’uomo delle prime volte”. Perché quando c’è da marchiare un debutto, lui non si fa quasi mai trovare impreparato.
Una specialità per predestinati, e allora pazienza se la maturazione non è stata all’altezza delle aspettative che ne accompagnarono l’esordio, quando l’allora ct. Eriksson lo ribattezzò "Pelè bianco".
Accadde nel settembre 2003, quando Wayne divenne il più giovane marcatore nella storia della Nazionale inglese, a 17 anni e 11 mesi, 7 mesi dopo l’ancora più clamoroso debutto con i Tre Leoni, con appena un campionato e mezzo in Premier sulle spalle.
E che dire del fatto che, tifoso dell’Everton, debuttò proprio con i toffees segnando, una settimana prima di compiere 17 anni segnò il primo, formidabile gol in Premier, che spezzò la lunga imbattibilità dell’Arsenal.
Per molti, ma non per tutti, come debuttare in Champions con una tripletta, con lo United nel settembre 2004.
4. Harry Kane
A furia di inseguirlo, forse è arrivata la volta buona. L’Inghilterra pare aver trovato il centravanti del futuro, in possesso di tutte le qualità dell’attaccante moderno: tecnica, velocità e forza fisica, e pure duttilità per adattarsi al ruolo di prima o seconda punta.
E, il che non guasta mai, ecco una buona dose di predestinazione, quella che avvicina appunto la storia di Harry a quella di un film.
Perché per un londinese nato nel quartiere Tottenham, non è scontato riuscire a sfondare con i colori della propria squadra del cuore, tanto più dopo aver sfiorato il clamoroso passaggio all’Arsenal nel settore giovanile.
Dopo anni di prestiti, nel 2013 è arrivata la grande occasione, puntualmente sfruttata a suon di gol in Premier.
E come ciliegina, il 27 marzo scorso, ecco il debutto in Nazionale con gol dopo 79” secondi dall’ingresso in campo. Al posto di un certo Wayne Rooney. Che sul tema se ne intende…
Sostenere che la sua vita è degna di un film non è il massimo della generosità nei confronti di un ragazzo che, a 26 anni e nel pieno della propria esplosione, tornò a casa da una trasferta trovando la figlioletta a vegliare il cadavere della propria madre, uccisa da un malore.
Eppure, Christian ha avuto la forza di non arrendersi, ricostruendosi una famiglia e continuando a inseguire il sogno di una vita normale, più che di una star.
Quest’ultima strada, il bomber romano aveva cominciato a percorrerla nel settembre ’98, quando il Perugia di Gaucci lo pescò al Settempeda, nell’Eccellenza marchigiana.
Christian raccolse il biglietto della lotteria e passò alla cassa, affermandosi grazie a una stagione del debutto in A da 5 gol.
Il seguito fu un’onesta carriera, forse non all’altezza delle aspettative, ma di buon livello, e oggi sogna in grande da allenatore. Ma non chiedetegli di ringraziare il destino
Qui non si parla della carriera leggendaria del fuoriclasse di Mogi Mirim, Pallone d’oro 1999, Campione del Mondo 2002 e Campione d’Europa (pur quasi da spettatore) con il Milan l'anno seguente.
Bensì di quanto successo nella parte finale del percorso calcistico dell’ex Barcellona, quando i riflettori della gloria e dei trionfi si erano già spenti.
Al termine di un lunghissimo giro d’Europa che l’avrebbe portato in Grecia, Uzbekistan e Angola, Rivaldo è infatti tornato nel club degli esordi, in terza serie, con il ruolo di presidente-giocatore.
A 43 anni la classe diventa acqua, e così eccolo in campo per disputare 4 partite e riempire i piccoli stadi della provincia brasiliana.
Già questa sarebbe una bella storia d’amore per il calcio, ma ecco la ciliegina, attraverso la gara giocata insieme al figlio 22enne, ovviamente Rivaldinho. Proprio come il lieto fine di un film. Colonna sonora? Ci pensa Cat Stevens…
1. Moreno Torricelli
La favola per eccellenza. La leggenda del falegname di Erba diventato campione di tutto con la Juventus è nota a tutti, così come l’emozione provata da Moreno al momento del colloqui decisivo con Giampiero Boniperti.
Perché nella Juventus pre-Triade, per strappare un contratto non bastava convincere gli osservatori sul piano tecnico, ma anche, se non soprattutto, piacere al Presidente sotto il lato umano.
Pescato dai talent scout bianconeri nella Caratese, in Serie D, a 22 anni, Torricelli, professione terzino, che nel tempo libero si dilettava appunto con il legno, si dimostrò pronto a sfruttare la grande occasione, divenendo subito un punto di forza di una Juve in ricostruzione.
Nacquero così 6 anni a correre su e giù per la fascia destra o sinistra, anche in Nazionale, conditi da 9 trofei.
Il più bello, la Champions ’96 vinta ai rigori contro l’Ajax. Ovviamente da migliore in campo. Altrimenti che favola sarebbe stata…