SI ACCUSA DI OMICIDIO E RISCHIA LA PENA DI MORTE. SCAGIONATA DAI SUOI 500 KG
Si autoaccusa dell'omicidio del nipotino, ma la sua obesità la scagiona e la salva dalla pena di morte.
500 CHILI DI PESO. Questa è la storia sconvolgente, di sofferenza e di estremo spirito di sacrificio, di una donna texana di 31 anni, Mayra Rosales, affetta da una forma gravissima di obesità, e impossibilitata a muoversi da anni a causa dei suoi 500 chili di peso.
La sua storia, emersa di recente, verrà raccontata ora da un documentario televisivo.
Era il marzo 2008 quando Mayra confessò tra le lacrime di aver causato la morte del piccolo Eliseo Jr di appena due anni. Ad ucciderlo, accidentalmente, sarebbe stato un movimento maldestro, mentre lo accudiva: la donna sarebbe rotolata sulla parte superiore del corpo del piccolo, schiacciandolo con le sue 1.100 libbre di peso: «Devo essere punita, ho sbagliato» avrebbe dichiarato Mayra singhiozzando.
Una versione, questa, che però non avrebbe convinto i medici: Eliseo era morto per un colpo violento inferto alla testa che gli aveva provocato un trauma cranico, e non per una caduta o per un urto violento.
E Mayra era talmente pesante da non poter neanche muoversi e tanto meno da poter sollevare un braccio, con cui infierire sul bambino.
La sua era una bugia, una pietosa bugia, impugnata dai legali della difesa e dall'avvocato Sergio Valdez per scagionarla: una persona della sua stazza, infatti, non è in grado di compiere autonomamente movimenti degli arti e del corpo.
LA TRAGEDIA. Solo a gennaio di quest'anno si concludeva il lungo e doloroso viaggio di Mayra, dall'incriminazione per omicidio alla riconquistata libertà.
La verità, infatti, era tutt'altra. E Mayra l'avrebbe confessato solo sotto la pressione delle autorità, rivelando uno spirito di lealtà e di sacrificio ammirevoli.
Nel 2008, poco tempo prima che avvenisse la tragedia, Mayra e suo marito Bernie avevano traslocato a casa della sorella della donna, Jaime, a Sullivan City, in Texas.
In cambio dell'ospitalità di Jaime, Mayra, costretta a letto dalla sua malattia, si prendeva cura, per quanto potesse, dei quattro nipotini tutte le volte che la sorella era fuori casa: «Ero più mamma io di Jaime», ha affermato Mayra nel corso di un'intervista all'UK's Reveal magazine «Tutte le volte che decideva di uscire per fare shopping, non portava i bambini con sé. Preferiva sempre lasciarli a casa con me».
Poi, una maledetta mattina del marzo 2008, sulla famiglia Rosales si abbatte l'orrore: «Jaime stava facendo fare colazione al mio nipotino che, però, si rifiutava di mangiare» ricorda Mayra «Le dissi che se piangeva voleva dire che non aveva appetito. Ma lei è andata su tutte le furie, ha impugnato una spazzola per capelli e ha iniziato a colpirlo sulle braccia, sulle gambe e sulla testa, lasciandogli un segno evidente. Poi, come niente fosse, ha preso la copertina di Winnie the Pooh, l'ha coperto e l'ha messo a letto. È uscita subito dopo, lasciando me con i bambini». Come sempre.
Ma Eliseo avrebbe smesso di lì a poco di respirare.
Il bambino prima inizia a manifestare una sofferenza respiratoria: Mayra sconvolta chiama un'ambulanza.
E quando Jaime la richiama dall'ospedale le comunica, in lacrime, che la Polizia non vuole farle vedere il suo bambino a meno che non confessi chi lo ha colpito a morte.
Ed è allora che Jaime chiede alla sorella obesa di autoaccusarsi di quelle lesioni. E Mayra fa quello che avrebbe pagato amaramente e a lungo: accetta.
"L'HO FATTO PER AMORE". «La gente non può capire quel che ho fatto, ma io volevo aiutare mia sorella e non volevo le togliessero gli altri bambini. Pensavo di morire in ogni caso, così ho deciso di ammettere l'omicidio per proteggerla perché la amo» ha confessato Mayra «Così ho detto agli investigatori che ero rotolata verso l'estremità del letto, dove Eliseo stava dormendo, sono scivolata con la mano e sono precipitata su di lui. Ero l'unica colpevole. Era stato solo un incidente».
Un maledetto incidente per il quale Mayra fu processata con l'accusa di omicidio.
Un caso, insomma, al limite dell'inverosimile e del dramma: la sorella Jaime, infatti, si sarebbe rifiutata di testimoniare in favore di Mayra, durante il processo. La donna, rimasta completamente sola, avrebbe visto lo spettro della morte in carcere avvicinarsi sempre più.
Poi, a gennaio 2012, dopo che i suoi legali riescono a dimostrarne l'innocenza, Mayra viene scagionata: «Sapevamo che la sua stazza era la migliore difesa: Mayra non poteva muovere le sue braccia» ha affermato la difesa.
Ma nonostante tutto, le autorità si sono viste costrette ad effettuare le verifiche e le indagini del caso, trasportando Mayra in tribunale e abbattendo pareti e porte perché questa potesse entrare con il letto in cui era adagiata e da cui non poteva muoversi.
LA CONDANNA DI JAIME. Solo alcuni mesi dopo, la sorella Jaime, che aveva abbandonato il Texas, viene convinta a farvi ritorno, confessa il suo reato e viene condannata a 15 anni di carcere: i suoi tre figli vengono affidati alla nonna.
Ma Mayra, ormai libera, resta comunque prigioniera della sua malattia, che ha subito un aggravamento negli anni del processo, e di quei chili che le impediscono una vita normale.
Ricoverata in un ospedale per super obesi, racconta: «Ho iniziato a trattenere talmente tanta acqua nelle gambe che la pelle ha iniziato a diventare sempre più tesa e a farmi male. Sento le mie gambe esplodere, come un palloncino pieno d'aria. A volte le piaghe si aprono e l'acqua fuoriesce. E i medici si domandano se è il caso di amputare. A volte provo una grande rabbia, ma la nascondo: è come se anche io fossi in prigione, con catene che mi immobilizzano, senza riuscire a muovermi».
I medici l'hanno sottoposta ad un trattamento che ha consentito di estrarre da quelle piaghe, in 12 mesi, circa 6,5 chili di grasso. Troppo pochi per consentirle una vita normale. E adesso, l'attendono ancora tre anni di cure se vorrà sopravvivere.
Ma Mayra non si arrende.
"TROPPO VELENO PER UCCIDERLA". Subito dopo la scarcerazione, quando era ormai scongiurata la possibilità che Mayra venisse condannata a morte, tra l'opinione pubblica, impietosa, circolava una battuta: «L'hanno liberata perché non avevano veleno a sufficienza per giustiziarla».
Una quantità sufficiente di veleno per uccidere una donna elefante.
Un piccolo angelo di 500 chili che di elefantino ha solo una cosa: il cuore.
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