BABY SQUILLO A ROMA, SPUNTA LA LISTA DEI NOMI DEI CLIENTI - ECCO CHI SONO
Adesso tremano i tanti clienti (almeno una trentina secondo le intercettazioni telefoniche e ambientali) delle due prostitute adolescenti che tutti i pomeriggi, dopo il liceo, si concedevano a pagamento in un appartamento di viale Parioli.
I carabinieri del nucleo di via Inselci, finora, ne hanno identificati cinque grazie alle tracce trovate sui cellulari delle ragazzine. Ma alla lista si aggiungeranno nuovi nomi e cognomi, per contestare il grave reato di sfruttamento della prostituzione minorile, mentre sembra esclusa al momento l’ipotesi che i clienti delle baby-prostitute possano essere accusati di violenza sessuale. Dalle indagini infatti non sarebbe emerso alcun elemento per pensare che le due minorenni fossero costrette a subire abusi né sarebbe emersa alcuna condizione di sudditanza psicologica rispetto ai clienti. Questo anche alla luce dell’immagine esteriore pubblica che le due minorenni davano di sé: sempre vestite griffate e, per questo invidiate, dalle compagne di liceo, uno dei più prestigiosi della Capitale, le due minorenni avevano esposto nella loro bacheca di Facebook fotografie indicative della loro procacità e dimestichezza col sesso. Resta ora da capire se i loro sfruttatori, che non a caso le avevano adescate su Facebook e quindi avviate alla prostituzione, avessero nella loro “scuderia” altre Lolite. Al momento, c’è solo un’intercettazione telefonica piuttosto vaga a conferma di quest’ipotesi, cioè quella in cui uno sfruttatore, per convincere una delle due ragazzine a ubbidirgli, la minaccia dicendo che altrimenti avrebbe fatto lavorare «le altre».
Intanto gli avvocati dei quattro arrestati (compresa la madre di una delle minorenni, che a conoscenza dell’attività della figlia sulla quale pure lei lucrava), stanno studiando le carte d’indagine in vista dell’udienza presso il tribunale della libertà in merito alla detenzione. Finora soltanto la mamma della ragazzina, una 43enne barista, ha ammesso: «Sapevo quello che faceva mia figlia ma non l’ho fermata perché avevo i debiti da pagare». E le due minorenni hanno confermato il quadro disegnato dagli investigatori: all’inizio era stato come un gioco, poi l’abitudine dei soldi facili le aveva trasformate in schiave. Di loro stesse.
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