BLUE WHALE: IL SUICID GAME A COLPI DI SELFIE CHE HA UCCISO 130 ADOLESCENTI IN 6 MESI - IL FENOMENO SI STA DIFFONDENDO ANCHE IN ITALIA

Anche il Italia il fenomeno delle sfide mortali si sta diffondendo in

La ricerca assurda del brivido estremo, dell’avventura portata ai limiti massimi da cui non esiste ritorno, o forse la necessità di sfuggire alla realtà, a una quotidianità in cui ci si sente oppressi, stretti, soffocati. Oppure, ancora, solo il desiderio di essere notati, di emergere dall’anonimato.

Non possono essere chiare le ragioni per cui tra gli adolescenti in tutto il mondo si sta propagando un’orribile moda, quella dei suicide game: veri e propri giochi, diffusi tramite il passaparola sui social, il cui unico esito possibile è solo uno, la morte. E non possono essere chiare perché sembra davvero al di là di ogni immaginazione umanamente concepibile che un ragazzino possa decidere volontariamente di darsi la morte, solo per prendere parte a un gioco fatto di sfide terribili, spietate.
Non tutti concludono il gioco, fatto di 50 sfide estreme, ma chi decide di portare a termine la sua missione e completare tutti i livelli, sceglie inevitabilmente il suicidio, non virtuale, bensì reale.

Dati alla mano, l’inquietante fenomeno è dilagante e sembra aver assunto dimensioni ormai spropositate; come detto, sono i social network lo strumento attraverso cui il macabro “gioco” si diffonde, facendo leva, probabilmente, proprio sul senso di vuoto e sul nichilismo che accomunano molti teenagers, rinchiusi in una dimensione intermedia che non è più quella dell’infanzia ma non ancora quella dell’età adulta e perciò facili prede per i manipolatori. Naturalmente il continuo proporre, proprio via social, immagini di persone che ogni giorno sfidano la morte per un selfie, quindi per il desiderio smodato di un’effimera notorietà, per emergere dalla massa, non può che acuire il senso di emulazione da parte di questi giovanissimi, ancora alla ricerca di un’identità precisa.

Come nel film horror “L’Enigmista“, chi partecipa ai game deve essere disposto a superare prove infernali, fino a morire nelle maniere più atroci. Uno dei suicide game che ha mietuto più vittime è il Blue Whale, il gioco della Balena Blu.
Cos’è il Blue Whale

Diffuso in Russia, secondo quanto riportato dal Siberian Times, da Novaya Gazeta, il Blue Whale sarebbe il responsabile della morte di 130 ragazzi tra il novembre 2015 e l’aprile 2016.

La sfida è lunga 50 giorni, periodo durante il quale chi partecipa deve accettare di sottoporsi a prove massacranti sia dal punto di vista fisico che psicologico: fra queste c’è guardare per un’intera giornata film horror, incidersi con un coltello il disegno di una balena blu, svegliarsi all’alba per sfide da addestramento militare. Per giungere, poi, alla drammatica conclusione: raggiungere l’edificio più alto possibile e lanciarsi nel vuoto. Un incitamento al suicidio vero e proprio, che approfitta, come dicevamo, della fragilità psicologica degli adolescenti, puntando magari al senso di fallimento, alla non accettazione fisica (molte vittime, infatti, avevano subito episodi di bullismo) o a un senso generale di depressione che li consegna facilmente ai loro carnefici “virtuali”.

Tra le vittime di questo macabro gioco, ci sono Yulia Kostantinova e Veronika Volkova, di 15 e 16 anni, ritrovate senza vita lo scorso 26 febbraio, entrambe ai piedi di un condominio di Ust-Ilimsk.
Quel messaggio di Yulia

Ritrovata con l’amica nel cortile del palazzo di Ust-Ilimsk, nella regione di Irkutsk, prima di lanciarsi nel vuoto Yulia avrebbe postato sul proprio profilo Facebook l’immagine di una balena blu accompagnata dalla didascalia “End“. Come a dire, Game over, fine del gioco.

Il messaggio e le immagini dell’amica Veronika non sono meno drammatici:
La balena incisa di Veronika

Anche Veronika ha lasciato pensieri strazianti sulla propria pagina social, fino al conclusivo “Il senso è perduto“, prima di lanciarsi nel vuoto assieme all’amica.

Fortunatamente è stata invece salvata una terza ragazza, Ekaterina, ridotta in fin di vita da una caduta dal quinto piano. Sul suo caso le autorità hanno aperto un’indagine. Il preside dell’istituto frequentato dalla ragazzina ha indirizzato la polizia a indagare su un “gruppo della morte” di cui la studentessa avrebbe fatto parte, costruito tramite Vkontakte, il social russo.
Chi sono i responsabili?

Proprio con l’accusa di istigazione al suicidio è finito in manette lo scorso anno colui che gli inquirenti russi hanno definito il “capo” dell’organizzazione criminale, Philipp Budeikin, un ventunenne incriminato per aver creato, tra il 2013 e il 2016, ben otto “gruppi della morte” e di essere il responsabile dei suicidi di ben 15 ragazzi, numero che sarebbe potuto essere ben più alto, se fortunatamente altri 5 non fossero stati salvati in tempo. Sui social media Budeikin avrebbe fatto girare la frase “Le cose migliori cominciano per S: Semiya (famiglia in russo, n.d.r.), Sesso, Sabato, Suicidio“. Stando a quanto emerge dalle dichiarazioni della polizia, le vittime appartenevano agli stessi gruppi online e a famiglie serene, indizi che fanno propendere per l’ipotesi dell’incitamento al suicidio.
E in Italia? Dal Blue Whale al daredevilselfie

Purtroppo i suicide game stanno diventando una vera e propria piaga sociale e anche il nostro paese non è immune dal dilagare del fenomeno. In molti casi non si tratta di giochi che hanno come finalità diretta il suicidio. Anzi, chi vi partecipa ha in genere ben altra idea: quella di guadagnare l’ammirazione di amici e social mostrando il proprio coraggio in selfie estremi.

Si chiamano daredevilselfie, letteralmente, “selfie temerario” e la moda più diffusa, in tutto il mondo, è quella del selfie sui binari, che dal 2014 è costato la vita a 150 teenagers in tutto il mondo.
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In Italia nel 2016 i dati relativi agli incidenti ferroviari forniti dalla polizia parlano di un preoccupante aumento delle vittime totali (+63%), con ben 72 persone investite (+47%); nello stesso anno, il numero di “bravate” da parte dei ragazzi ha superato i 10 casi, con la morte di almeno tre giovani.

Cosa spinge gli adolescenti a sfidare la morte accettando di mettere la propria stessa vita nelle mani di un social network? Non lo sapremo mai, purtroppo, ma certamente genitori e istituzioni, per salvare questi ragazzi, devono lottare contro un nemico davvero terribile: un nemico che corre in Rete, senza volto, e che gioca davvero sporco, facendo leva sulle fragilità più umane e normali di quell’età.



fonte: robadadonne.it
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