I primi casi di autolesionismo legato al Blue Whale Challenge (gioco online che attraverso una serie di prove conducono i minorenni al suicidio) in Italia si sono verificati a Livorno ed Udine, in questi giorni, inoltre, sono arrivate diverse notizie di ragazzi che ad Ancona hanno seguito i coetanei nella folle pratica.
Siamo di fronte ad una vera e propria epidemia che colpisce gli adolescenti più deboli e li invoglia al gesto estremo e che ha già causato un numero impressionante di vittime in Russia (157 i casi appurati) ed alcuni anche in Gran Bretagna, Francia e Brasile. Come si fa ad impedire ai propri figli di cadere in una simile trappola?
Purtroppo ci troviamo di fronte ad un pericolo virtuale che si insinua dentro i pc dei ragazzi attraverso i social network. Oggi uno dei padri delle vittime britanniche del ‘Blue Whale Challenge’, Greg Wilmot, ha condiviso la sua esperienza di dolore sulle pagine del ‘Irish Mirror’: suo figlio, Conor, è morto a 13 anni nel 2014 per seguire le prove di questo gioco malato.
Il padre del ragazzo spiega agli altri genitori di diffidare dalla realtà virtuale, perché spesso per i bambini e gli adolescenti non c’è molta differenza: “I genitori di oggi non riescono a realizzare quanto i loro figli siano immersi nella realtà virtuale che, per loro, non è differente dalla vita di tutti i giorni”. Il motivo di questo, spiega Wilmot, è che loro non riescono a comprendere la differenza e conclude: “Io non so come dovremmo affrontare questo grosso problema. Ogni svitato può scrivere cose assurde su internet”.

fonte: direttanews.it