O lo ami o lo odi, Zlatan Ibrahimovic ha abituato gli appassionati di calcio a dividere in due i propri sentimenti nei suoi confronti. Nessuna via di mezzo, nessun compromesso per il campione svedese che da almeno un decennio è sull’onda dei migliori giocatori in circolazione, cambiando maglie, città, campionati, ma mantenendo attorno a sè sempre l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sia per le giocate da fenomeno in campo sia per il suo modo di concepire il calcio e la vita privata. E se Ibra è quello ‘scorbutico’ in campo, sia con avversari che con i propri compagni, l’Ibra che insulta i tifosi (nell’Inter) o si scontra come un treno con Materazzi atterrandolo sul terreno di gioco (col Milan) o che bacia la maglia per poi andarsene dopo 10 mesi (col Barcellona), Ibra è anche quello generoso e filantropo nella vita di tutti i giorni. Colui che si fa promotore della campagna del Programma Alimentare Mondiale promosso dalle Nazioni Unite ‘tatuandosi’ addosso i nomi delle persone che usufruiscono dei benefici della campagna WFP, facendosene portatore e promotore.
Ibrahimovic ha infatti giocato l’ultima partita con il Psg con 50 nomi di persone ‘normali’, che rappresentano gli oltre 800 milioni di persone raggiunte dalla campagna contro la fame del mondo, per dare un segno forte e tangibile a tutti che anche una ‘star’ può essere vero e proprio veicolo di un messaggio sociale di primo impatto: “Ovunque vada, la gente mi riconosce, mi chiama per nome, fanno il tifo per me. Ma ci sono dei nomi che nessuno si prende cura di ricordare, dei nomi per cui nessuno fa il tifo: sono quelli degli 805 milioni di persone che, oggi, soffrono la fame nel mondo. Ho tifosi che mi sostengono in tutto il mondo. D’ora in avanti, vorrei che questo sostegno andasse alle persone che soffrono la fame, perché sono loro i veri campioni. Così, ogni volta che sentirete pronunciare il mio nome, sarà a loro che dovrete pensare”.
