Tòtò u curtu, all'anagrafe Salvatore Riina, superboss della mafia, numero due di Luciano Liggio e poi capo indiscusso della cupola è morto a Parma. In carcere stava scontando 26 ergastoli al regime di 41 bis – il carcere duro – e da ieri, giorno del suo 87esimo compleanno, era in coma farmacologico. Dal carcere milanese di massima sicurezza di Opera era stato trasferito presso il reparto detenuti dell'ospedale di Parma .L’indiscusso boss di Cosa Nostra si è spento nella notte tra giovedì e venerdì . Il Padrino di Corleone è morto poco prima delle 4 del mattino del 17 novembre poche ore dopo che al suo capezzale erano giunti i familiari, autorizzati appositamente dal tribunale. Malato da tempo, la situazione clinica del boss siciliano infatti nelle ultime settimane aveva avuto un deciso peggioramento tanto da indurre i medici a sottoporlo a un doppio intervento chirurgico al termine del quale però è andato in coma.
Gli stessi medici avevano avvertito che non avrebbe potuto superare le operazioni e nella serata di giovedì era stato dichiarato in fin di vita. Per questo, con il parere positivo della Procura nazionale antimafia e dell'Amministrazione penitenziaria, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, aveva firmato il permesso di visita per i figli che erano giunti al suo capezzale nel giorno in cui aveva compiuto 87 anni. "Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà. Ti voglio bene, tuo Salvo", aveva scritto il figlio.
Nonostante la malattia, per i giudici infatti la sua condizione era compatibile con il carcere. Appena nel luglio scorso il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva rigettato la richiesta di differimento della pena in un clinica privata avanzata dai legali di Riina. I giudici hanno ritenuto che il boss 87enne potesse essere curato nel migliore dei modi nell'ospedale emiliano. Nato a Corleone e arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, Riina infatti era considerato ancora a tutti gli effetti il Capo di Cosa Nostra e dunque pericoloso. Del resto solo tre anni fa si vantava dei fatti di Capaci, parlando col detenuto Alberto Lorusso nel carcere milanese di Opera, e arrivando anche a minacciare di morte magistrati come il pm Nino Di Matteo. Fu sempre lui a lanciare l’offensiva armata della mafia contro lo Stato nei primi anni Novanta, dopo che le condanne del maxi processo divennero definitive e non si era mai pentito.