Condanna all’ergastolo per Ionut Alexa. Per i giudici della Corte d’Assise non vi sono dubbi che fu lui, nell’ottobre di due anni fa, a violentare la fidanzata di Natalino Migliaro e a scagliarsi contro il 33enne di Battipaglia con un pestaggio così violento da condurlo, due mesi dopo, alla morte.
Sono le 15 quando la presidente Giancarla D’Avino legge la sentenza di condanna. In aula ci sono i genitori di Natalino: Anna e Antonio. «Nessuno potrà restituirci il nostro guerriero – dicono a caldo, affidando all’avvocato Maria Gabriella Gallevi il loro commento – Per oggi possiamo dire che questa sentenza ci soddisfa; abbiamo avuto fiducia nella giustizia e finora la giustizia ci ha ripagati. Siamo riconoscenti al nostro legale, che ci ha sostenuto anche sotto il profilo psicologico».
La Corte ha accolto in tutto le richieste del pubblico ministero Katia Cardillo, riconoscendo il 32enne romeno colpevole di omicidio volontario senza alcuna attenuante e comminandogli il massimo della pena nonostante la scelta del rito abbreviato condizionato. A incastrarlo è stato il confronto del suo dna con quello ritrovato sul luogo dell’aggressione, in un tratto di via Idrovora tra l’Aversana e Lido Lago dove la coppia di fidanzati si era fermata. Era il 4 ottobre del 2014. Due uomini incappucciati li assalirono con una violenza inaudita, forse per una rapina culminata in una sequenza da arancia meccanica, forse perché erano stati scambiati per una prostituta e un cliente, che andavano “puniti” per avere sconfinato in un territorio appannaggio di altri giri di prostituzione. In quel periodo era in corso sul litorale di Battipaglia una lotta feroce per il controllo del mercato del sesso, una guerra tra bande di cui i due giovani potrebbero essere stati vittime inconsapevoli.
Ad Alexa i carabinieri arrivarono seguendo questa pista, poi confrontarono la sua saliva con lo sperma ritrovato sul luogo della tragedia e scattò l’arresto. Del complice, invece, non vi è traccia. Gli inquirenti sospettano del fratello, ma su di lui non vi sono riscontri probatori né l’imputato ha mai fornito elementi per risalire all’identità di chi era con lui quella notte. Continua anzi a dirsi innocente, e il difensore Mario Pastorino è pronto a presentare appello contro la di condanna contestando non solo l’entità della pena ma anche
l’attendibilità della prova del Dna. «Il reperto – ha spiegato – è stato conservato in violazione del protocollo internazionale, che lo vorrebbe a una temperatura non superiore ai quattro gradi. Senza quel dna, contro il mio assistito non vi è alcuna prova».

fonte: lacittadisalerno.gelocal.it