Michel de Montaigne scriveva che «La parola è per metà di colui che parla, per metà di colui che l’ascolta». Da questo punto di vista la parola assume il valore di un momento di compartecipazione; e se è vero che l’errore è insito nell’esperienza del singolo uomo, in un processo come quello della trasmissione delle parole, che coinvolge più individui, le possibilità di storpiature e incomprensioni si moltiplicano.
L’italiano, come è noto, è una lingua neolatina: non discende dal latino classico degli scrittori ma dal cosiddetto latino volgare, ovvero quella variante della lingua latina che veniva parlata nelle diverse aree dell’Impero e che inevitabilmente subì l’influenza dei substrati linguistici locali. Già secoli fa, infatti, le storpiature del latino erano frequenti e molte di esse si sono diffuse e conservate fino al nostro italiano. A testimoniare questi fenomeni è un maestro vissuto nel V o il VI secolo, che compilò una lista, detta Appendix Probi, nella quale trascrisse le parole usate dai suoi allievi nella loro forma errata, affiancate da quella corretta. È grazie al perpetuarsi di uno di questi errori che nei libri d’oggi Cappuccetto Rosso non esclama «Che ore grandi che hai!»: l’italiano infatti, seguendo una tendenza già segnalata dal maestro che stilò la lista, non ha ereditato la parola del latino classico aurem, ma il suo diminutivo auricolam, da cui deriva poi orecchia.
Nello stesso periodo, intorno al VI secolo, un ignaro copista fece un maldestro errore destinato a sopravvivere nei tempi a venire; nella trascrizione di un testo medico al posto della parola greca akmḗ scrisse aknḗ: la forma errata venne dunque tradotta in latino come acnae per poi consolidarsi nell’italiano come acne.
Un errore di trascrizione è alla base anche del vocabolo basalto, la nera roccia vulcanica; fu commesso dal tedesco Georg Agricola, il quale, nel riprendere dalla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio la parola basanítēs, la trasformò in basaltes.
Divenuta ormai una lingua morta, il latino non smise di dare vita a nuove incomprensioni: molti secoli dopo, infatti, rimase in uso nelle predicazioni e nelle celebrazioni cristiane; accadde quindi che in chiesa numerosi fedeli privi di una qualsiasi conoscenza della lingua latina si trovarono a ripetere meccanicamente preghiere senza comprenderne il significato, e così dal Credo cristiano nacque una nuova parola: nella preghiera, che si rivolge a Dio come creatore del cielo e della terra, e di tutte le cose visibili e invisibili (visibilium omnium et invisibilium) il lemma invisibilium venne avvertito come qualcosa di numeroso, estatico e magnifico, e diviso in due parti diede origine all’espressione in visibilio.
Parole nate per sbaglio vengono pronunciate da noi quotidianamente, senza probabilmente immaginare che alla base di esse ci sia un errore che si protrae da secoli e secoli.
Se per esempio andate sempre dal fioraio a comprare mazzi e mazzi di tulipani perché la vostra ragazza li adora, allora dovete sapere che la parola tulipano fu coniata nel Cinquecento da Ogier-Ghislain de Busbecq, ambasciatore francese presso Solimano il Magnifico che in una sua relazione dichiarò che gli Ottomani chiamavano questo fiore tulipan, mentre in realtà in turco veniva chiamato Iàle.
Se al telegiornale, scoppiato lo scandalo dei Panama Papers, avete sentito nominare più volte i paradisi fiscali, forse vi interesserà sapere che l’espressione ha avuto origine dalla forma tax haven, coniata probabilmente per la prima volta nel 1727 dal sovrano britannico Giorgio II per riferirsi alle Isole Cayman. Haven in inglese significa porto sicuro, immagine molto più attinente rispetto a un paradiso; poi, quando questa locuzione si diffuse nel resto d’Europa, data l’assonanza si confuse haven con heaven: da qui l’espressione paradiso fiscale.
Le storpiature diventano ancora più evidenti quando non si parla più di una parola ma di un’intera frase: è il caso dei proverbi, che quando storpiati oltre a perdere il loro significato originale diventano anche incomprensibili. Chi riuscirebbe a trovare un senso al proverbio parlare francese come una vacca spagnola? Nessuno. Infatti questo è stato preso dal franceseparler français comme une vache espagnole, già storpiatura del proverbio originale: parler français comme un basque l’espagnol, ovvero parlare francese come un basco parla lo spagnolo; se è vero che in francese il proverbio mantiene un’assonanza con la sua forma originale, in italiano invece è completamente privo di senso e anzi risulta particolarmente comico.
Probabilmente anche il detto è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio, presente nel Vangelo di Matteo e nei secoli divenuto celebre, è frutto di un errore: c’è chi ha ipotizzato che venne fatta confusione trakámêlon (cammello) e kámilon (gomena, una spessa corda usata nelle navi), anche se per altri si tratterebbe semplicemente dello stile comunicativo dell’antico Vicino Oriente, basato su paradossi e immagini forti.
Ogni parola ha una sua origine, che a volte riconduce a eventi e epoche lontane; soffermarsi su un termine, che sia di uso comune o sentito per la prima volta, un neologismo o un arcaismo, di origine latina o greca, può essere un’occasione per fare viaggi nel tempo e immergersi in contesti a noi sconosciuti. Così consultare il calendario può, quando l’occhio si posa sui mesi di luglio e agosto, trasportarci nell’Antica Roma ai tempi di Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, i due grandi condottieri da cui questi mesi prendono il nome. Allo stesso modo pronunciare in un momento di svago con aria compiaciuta «scacco matto!» può portarci nella lontana Persia dove Shāh Māt significava «il re è morto». Le parole si fanno storia e ognuna di essa diventa un’opportunità per rendere questa storia parte di noi.
fonte: ildesertodeitartari.com