Non è bastato vederla piangere e tremare senza sosta, per il freddo e lo choc, ancora sconvolta e pallidissima sette giorni dopo il fatto.
Né osservarla scuotere il capo continuamente, dall’inizio alla fine della cerimonia, sussurrando alle amiche «Non è possibile, non è vero», mentre queste la sorreggevano di peso. Qualcuno, una parente di Matteo Bottecchia, al termine delle esequie, con il feretro ancora sul sagrato della chiesa, ha voluto lo stesso urlare a Marta, la ex della vittima: «Bisognava piangere prima, non adesso. Vergognati».
Parole tremende, che l’accusavano forse della burrascosa fine della storia con Matteo, come se la nuova frequentazione con Gianpietro Pagotto fosse una colpa mortale per lei, che nonostante tutto aveva deciso di presenziare ai funerali del padre di sua figlia. E come se la furia dell’ex, che si è accanito su Gianpietro procurandogli danni che resteranno per sempre, fosse il naturale effetto di un comportamento sbagliato di Marta.
A quel punto sono volate parole grosse, la donna è stata allontanata, Marta trattenuta a forza dalle amiche. Sul sagrato della chiesa di San Martino, gelido e velato da una nebbia fitta, si sono formati due gruppi distinti e distanti, con in mezzo Matteo, la vittima. E pensare che solo pochi istanti primi Marta aveva abbracciato a lungo la mamma di Matteo, Patrizia. Nonostante tutto, lei Matteo lo ha già perdonato. È arrivata poco prima delle 15 nella chiesa di San Martino, stretta in un cappotto nero, a braccetto con un’amica. Ha voluto risparmiare tutto quel dolore alla figlioletta, due anni appena, rimasta a casa dei nonni durante il funerale del papà. All’ingresso in chiesa del feretro, sul quale era appoggiata una coroncina di fiori a nome della bambina, Marta ha voluto infilare sotto le rose bianche e rosse una lettera rivolta al suo ex.
In chiesa, fra tanti volti increduli quelli dei colleghi e degli amici di Matteo, tecnico della Bim Piave Nuove Energie, accorsi in quasi 200 per dare l’ultimo saluto al 33enne che esattamente una settimana fa, la notte fra il 22 e il 23 dicembre, ha tentato di uccidere il rivale in amore, riducendolo in gravissime condizioni, e poi si è suicidato lanciandosi da un viadotto dell’A27.
Una vicenda riassunta ieri da don Arnaldo Zambenedetti in una parola, l’ultima della sua omelia, che l’eco della chiesa ha reso ancora più perentoria: «Inspiegabile». Don Arnaldo ha parlato anche di misericordia, ha chiesto ai fedeli di aprire il cuore e non giudicare, mai: «Il gesto di Matteo ci ha sorpresi. Forse potevamo fare di più per aiutarlo nelle difficoltà che affrontava dentro di sé, abbiamo cercato una spiegazione a tutto quello che è successo. Da cristiani, però, non possiamo e non vogliamo giudicare».
Per tutta la comunità di San Martino di Colle Umberto, è stato un pomeriggio triste, con i canti di Natale in
chiesa in contrasto con i volti tirati di parenti e amici. Al momento dello scambio della pace, forse per un’omissione fortuita, don Arnaldo non ha chiesto ai fedeli di stringersi la mano, come da rituale. Quasi un presagio del triste epilogo, con quelle urla sul piazzale, davanti alla salma.

fonte: tribunatreviso.gelocal.it