RICERCATRICE ITALIANA RIFIUTATA ANCHE COME BIDELLA. ECCO CHE LAVORO FA ADESSO

Uno dei principali problemi che affligge l’Italia riguarda la cosiddetta “Fuga di cervelli”. Migliaia di giovani, freschi di studi e con curriculum scolastici invidiabili, faticano a trovare un posto nel mondo del lavoro e si vedono costretti a cercare fortuna all’estero, dove spesso ottengono riconoscimenti e balzano agli onori delle cronache per i loro risultati eccellenti. Questo fenomeno è sicuramente più pronunciato nel 21° secolo, ma ha radici ben più profonde. Lo sa bene Sabina Berretta, oggi stimata ricercatrice di Harvard ma un tempo neolaureata in cerca di fortuna nel Bel Paese. Intervistata da quotidiano.net, la docente di origini siciliane non ha parlato di fuga di cervello ma piuttosto di esilio: “Durante l’università alla facoltà di Medicina a Catania ho fatto ricerca per cinque anni senza stipendio, praticamente da volontaria. Nel ‘89 mi sono laureata e neanche a quel punto c’era posto per me in accademia. Dopo quell’esperienza da precaria ero molto delusa, ma amavo l’Italia e volevo restare”.

La domanda per fare la bidella

Sabina, pur di rimanere in Italia, sarebbe stata disposta anche a fare la bidella. Ma alla fine ha dovuto desistere e in quel momento la sua vita ha svoltato: “Il bidello della facoltà andava in pensione e si liberava il posto. Così io e altri miei colleghi abbiamo deciso di fare domanda. Nemmeno lì mi hanno assunta. Allora ho deciso: partecipare al bando per una borsa di studio alla Scuola di medicina del Mit. Sono stata presa e lì ho passato sei anni, prima di Harvard”. Oggi Sabina Berretta è un’italiana che può sostenere di avercela fatta. E’ infatti docente di Neuroscienze al dipartimento di psichiatria di Harvard e dirige l’ “Harvard brain tissue resource center”, la banca dei cervelli della celebre università, tra le più grandi al mondo: “Ne arrivano circa 150: noi li possiamo accettare solo dagli Stati Uniti. In tutto ne abbiamo 3mila”. Sabina è consapevole di svolgere un lavoro importantissimo nella ricerca di cure contro diverse patologie che riguardano il cervello. Tuttavia, nonostante i costanti e notevoli progressi, la donna ha voluto lanciare un appello: “Le innovazioni tecnologiche stanno raggiungendo livelli altissimi, ma ora manca la sostanza su cui fare ricerca. Abbiamo bisogno che più persone donino il proprio cervello, solo così potremo sviluppare medicine migliori per malattie come Alzheimer o Parkinson”.

 

 

fonte: direttanews.it

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