Un buon risultato raggiunto su due pazienti australiani potrebbe diventare il nuovo piccolo tassello della ricerca volta a debellare definitivamente l’AIDS: potrebbe perché, in casi delicati come questo, il condizionale resta d’obbligo, soprattutto visto l’entusiasmo che genererebbe la scoperta di una cura definitiva contro l’HIV. Basti citare il caso della bambina statunitense, ritenuta guarita poiché sottoposta a terapia antiretrovirale a partire dalle prime ore successive alla sua nascita, per ricordare per quale ragione la cautela sia purtroppo ancora necessaria: appena poche settimane fa, infatti, nuovi controlli hanno riscontrato che la piccola è nuovamente positiva al virus.
Trapianto di midollo Diverso il caso dei pazienti australiani, però, quanto meno per quel che riguarda la tipologia di cura loro somministrata: entrambi sono stati trattati attraverso il trapianto di midollo. Il lavoro ha visto la collaborazione tra l’ospedale St Vincent di Sydney e gli esperti del Kirby Institute della University of New South Wales, secondo quanto riportato da Nature. In particolare, il primo paziente è stato operato nel 2011 per un linfoma non Hodgkin: le cellule staminali impiantate provenivano da un donatore che portava nel proprio corredo genetico una delle due copie del gene che, precedentemente, si è dimostrato in grado di contrastare naturalmente il virus. Il secondo è stato sottoposto a trapianto nel 2012 a causa di una leucemia, ricevendo il midollo che non presentava tale scudo di immunità. In entrambi gli individui, almeno per il momento, il virus non è stato più rilevato, anche se va sottolineato che i pazienti sono ancora sotto terapia antiretrovirale come misura precauzionale. I farmaci antiretrovirali da soli non sono in grado, in nessun caso, di portare il virus a livelli talmente bassi da renderlo non più riscontrabile nel sangue. Tuttavia il recente caso dei “pazienti di Boston” invita ulteriormente alla cautela: due pazienti, sottoposti anch’essi a trapianto di midollo (con donatori non portatori della “mutazione anti-AIDS”), erano stati creduti guariti dopo l’operazione ma, alcuni mesi dopo la sospensione della terapia con gli antiretrovirali, sono risultati nuovamente positivi al virus.
Il paziente di Berlino Attualmente esiste un solo uomo che ha sconfitto realmente l’HIV ed è il cosiddetto “paziente di Berlino”. Timothy Brown ricevette un trapianto di midollo nel 2007 perché sieropositivo ed affetto da una leucemia mieloide acuta; il suo sistema immunitario venne letteralmente sostituito con quello proveniente dal donatore. Quest’ultimo recava nel proprio patrimonio genetico la mutazione che rende i linfociti T, ossia le cellule immunitarie costituenti il target privilegiato del virus, praticamente impermeabili all’HIV; ad essere mutato è il recettore CCR5, proteina che riveste il tessuto cellulare dei leucociti e che costituisce una sorta di porta di ingresso del virus. Durante il corso degli anni seguenti nel sangue di Timothy Brown non è stato più riscontrato l’HIV; il paziente di Berlino, inoltre, non prende più farmaci antiretrovirali da tempo.
Una fonte di speranza da un intervento rischioso Il caso di Timothy Brown ha dato ai ricercatori la speranza di poter replicare il successo, magari non necessariamente ricorrendo ad un midollo recante la mutazione che, evidentemente, è una risorsa troppo esigua: comprendere come poter controllare il sistema immunitario affinché combatta l’HIV potrebbe, invece, essere una strada. Tuttavia, sottolineano gli esperti, il trapianto di cellule staminali molto difficilmente diventerà un trattamento di routine, principalmente a causa dell’alto rischio di mortalità (10%) associato alla procedura. Ciononostante lo studio e la comparazione dei risultati ottenuti con i pazienti australiani, con il paziente di Berlino, con gli stessi pazienti di Boston e con i futuri (ci si augura) sempre più numerosi che saranno sottoposti a trattamenti simili, potrebbero fornire una chiave fondamentale per comprendere dove si nasconde il virus più insidioso del nostro tempo dal quale, ad oggi, risultano contagiate circa 34 milioni di persone in tutto il mondo.
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