Maria Rita Lo Giudice aveva una vita carica di speranze: infatti, aveva conseguito la laurea in Economia con il massimo dei voti e la sua carriera accademica, a 25 anni, andava avanti. La giovane di Reggio Calabria puntava infatti a conseguire la laurea magistrale, ma domenica mattina poco prima delle 7 ha deciso di affacciarsi al balcone di casa e gettarsi nel vuoto. Il motivo, secondo i carabinieri, sarebbe legato al suo cognome, che nella sua città è sinonimo di ‘ndrangheta. Il padre Giovanni è infatti in carcere, lo zio Nino è diventato collaboratore di giustizia mentre l’altro zio, Luciano Lo Giudice, è considerato il boss della famiglia storica della mafia calabrese.
I Lo Giudice vennero coinvolti nella seconda guerra di ‘ndrangheta, quella che provocò 700 morti, ma Maria Rita Lo Giudice da sempre sognava qualcosa di diverso e l’immagine di lei sorridente e appena laureata era diventata il simbolo del riscatto di tanti giovani di quella zona. A Reggio Calabria il presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, si muove in prima linea per “liberare” i figli delle famiglie mafiose e spiega: “Quando si rendono conto di poter vivere in un mondo normale, senza traffici strani, senza violenza, senza morti ammazzati, senza carcere e senza violenza, rinascono. E al compimento dei 18 anni di età ci chiedono di restare fuori da una realtà che non ritengono più di essere la loro”. Quello di una vita normale, lontana dalle dinamiche mafiose, era forse anche il sogno di Maria Rita Lo Giudice, che però – sostengono gli inquirenti – non è riuscita a scrollarsi di dosso quel cognome così ingombrante.

fonte: direttanews.it