Il capo della polizia Franco Gabrielli in un’intervista al Il Giornale ci mette in guardia su possibili attacchi terroristici in Italia che ci saranno di sicuro ed uno è già stato sventato. Le sue parole:
«Lo dico in maniera molto cruda: anche noi un prezzo lo dovremo pagare»: il capo della polizia, prefetto Franco Gabrielli, non usa giri di parole per far capire quanto sia alto il rischio di attacchi terroristici in Italia. «Le indagini, spesso successive ai rimpatri, hanno dimostrato che buona parte delle persone fermate nel nostro Paese perché considerate vicine all’Isis stava realmente per compiere attentati e fare morti – prosegue -.
Prefetto, ma davvero i terroristi sono interessati all’Italia?
«Il terrorismo liquido come è quello attuale, dove l’innesto non è fatto rispetto a cellule dormienti, ma è rivolto a una pletora di soggetti che devono compiere un assalto, non è da sottovalutare. Esiste una propaganda martellante che individua eventuali obiettivi (Vaticano, Papa, Colosseo, ad esempio). Una chiama una delle riviste più accreditate dell’Isis si chiama Rumiyah, che in arabo vuol dire Roma. Non c’è una ricetta, però sottovalutare la minaccia, oggi, è un errore gravissimo. Lo dico in maniera molto cruda: anche noi un prezzo lo dovremo pagare. Ci auguriamo sia quanto più contenuto possibile. Noi dentro a quella minaccia ci siamo. La cittadinanza, di contro, deve comprendere che deve continuare a vivere normalmente, altrimenti i terroristi avrebbero già vinto togliendoci la libertà. Per quanto ci riguarda, non si devono sottovalutare eventuali segnali, ma nemmeno amplificarli in maniera abnorme. Intelligence e controllo del territorio sono i due pilastri con i quali si costruisce il sistema della sicurezza nel nostro Paese. I cittadini devono pretendere, comunque, che gli apparati di sicurezza facciano il loro lavoro».
Avete rimpatriato numerose persone vicino alla Jihad. Erano realmente pericolose?
«Da indagini successive al rimpatrio abbiamo appurato che buona parte dei sospettati per terrorismo aveva realmente intenzione di compiere atti terroristici e fare morti».
Però questi attentatori potrebbero rientrare. Perché non incarcerarli, visto il rischio?
«Perché, intanto, molto spesso questo tipo di accertamenti è stato possibile solo dopo il rimpatrio. Magari sono stati presi i telefoni e si sono scoperte conversazioni altrimenti non intercettabili, ma anche perché un conto è l’accertamento ai fini penali, che è un po’ più elevato, un altro sono le misure di prevenzione».
Il rischio di attentati terroristici in Italia è davvero così alto?
«Sì. Credo che su questo dobbiamo avere una assoluta consapevolezza che la possibilità di colpire da parte degli attentatori è elevatissima. Si va dal prendere una macchina e lanciarla contro un gruppo di persone, al cominciare a sparare e chi più ne ha, più ne metta. Noi, oggi, viviamo un terrorismo che non è il terrorismo che abbiamo conosciuto in passato. Ma credo che dovremmo dare davvero un messaggio di una sicurezza tranquilla» per usare un termine del ministro dell’Interno Marco Minniti».
L’attenzione è puntata sull’esame del web, mezzo usato molto dai terroristi. Si riesce a intervenire?
«Ci sono varie strutture di Stato che lavorano, tipo l’Aisi, costituita dopo gli attentati di Londra del 2005 e che sono un punto di riferimento che si è cercato di potenziare per incrementare gli strumenti di contrasto a questo fenomeno. Anche se ci sono settori difficilmente controllabili e fuori dai motori di ricerca».
Qual è l’attuale stato della sicurezza in Italia?
«È una sicurezza garantita ogni giorno e la vicenda di Sesto San Giovanni credo ne sia la dimostrazione. Ovviamente abbiamo molto lavoro davanti. Mi rendo conto che le nostre comunità abbiano, invece, una percezione della sicurezza non sempre elevata e questo è il frutto di tantissimi fattori. Ai miei dico, però, che non bisogna anteporre le statistiche a quello che sente la gente, perché il nostro primario compito è quello di essere al servizio delle persone».
Immigrazione. Un milione e mezzo di musulmani in Italia. Le moschee sono un rischio?
«Oggi le moschee in senso assoluto sono i luoghi meno preoccupanti perché posti facilmente verificabili. Abbiamo vissuto una stagione dove le prime moschee erano estremamente problematiche, ma oggi sono le sedi meno preoccupanti: la comunità islamica sta facendo progressivamente una sorta di intelligente passo verso l’integrazione».
Come si può sopperire a carenze interne come mezzi mancanti e armi vecchie?
«Non nego ci siano delle criticità, ma troppo spesso ci si dimentica del passato. Tutto sommato dei passi avanti ne abbiamo compiuti».
