«Sono andato a lavorare in cucina a 13 anni e mezzo. La notte tornavo a casa con spalle e braccia blu per le mazzate che mi rifilava uno chef. Mia mamma voleva protestare. Mio padre disse: “Se gliele ha date, significa che se le meritava”. Ora quello chef lo arresterebbero per maltrattamenti. A me è servito».
Ora le pacche Antonino Cannavacciuolo — nome e aspetto irsuto da brigante campano — le tira per affetto. All’uscita di Villa Crespi, un palazzo moresco con minareto tra il Sacro Monte e il lago d’Orta, i clienti si mettono in fila per fotografarsi con lui, che li sovrasta tutti: un metro e 91 per 140 chili, aria burbera, occhi verdi. Parla un italiano smozzicato: «È che traduco dal napoletano. Io penso e sogno in napoletano. Parlo italiano come uno di voi parla inglese; e mi capita di sbagliare qualche parola».
Il padre, Andrea, era professore all’istituto alberghiero di Vico Equense, il paese natale, sulla penisola sorrentina. «Cuoco e scultore. Scava le zucche, modella il burro e la margarina, scolpisce il legno, ma anche il ghiaccio. Ha inventato il presepe del ‘900, con il ciabattino che aggiusta le timberland. Da ragazzo studiavo nella scuola dove papà insegnava, e lavoravo nell’hotel dove cucinava: La Sonrisa, un cinque stelle a Sant’Antonio Abate, vicino a Pompei; quello dove adesso hanno ambientato Il boss delle cerimonie, la trasmissione tv di Real Time».

fonte: corriere.it