Ufficio Contravvenzioni, l'indagine choc: ''Così toglievamo le multe ai parlamentari''
Nessuna istruttoria, e nessun controllo: bastava che a chiedere l'annullamento della multa fosse un'autorità, e tutto quanto sarebbe stato archiviato senza che qualcuno si prendesse la briga di verificare che la procedura fosse regolare. E' un ambiente dominato dal caos, quello dell'Ufficio Contravvenzioni di via Ostiense, finito sotto la lente della Procura per lo scandalo dei ricorsi insabbiati e dei verbali fatti sparire in modo da favorire una sfilza di privilegiati che non hanno mai pagato per aver infranto il codice della strada.
E' quanto emerge dai verbali di interrogatorio di Tiziana Diamanti e Angelo Vitali, l'impiegata e il funzionario finiti in manette lo scorso maggio, con l'accusa di soppressione di atti pubblici, e per cui il pm Laura Condemi ha già chiesto il giudizio immediato.
La Diamanti, interrogata il 9 maggio, racconta ai magistrati che dal 2000 era diventata la referente della Camera dei Deputati: doveva occuparsi dei ricorsi alle contravvenzioni che, per legge, nel caso degli organi istituzionali possono essere archiviate, in base all'articolo 4, con dicitura "improcedibile". La situazione, però, era sfuggita di mano, spiega l'indagata: «A un certo punto non ce la facevo più, ho detto: guardate io con la Camera dei Deputati vorrei smettere, perché mi chiamano a casa, vogliono questo, quell'altro».
E, soprattutto, la Diamanti confessa che quelle sanzioni venivano annullate senza seguire alcun criterio: non veniva fatta nessuna istruttoria anche se, come sostengono gli inquirenti, una verifica era necessaria prima di dichiarare l'improcedibilità. Per esempio: se deputati e consiglieri regionali vengono multati perché passano con il semaforo rosso, la contravvenzione non è annullabile.
NESSUN CONTROLLO
All'ufficio di via Ostiense, invece, bastava «la qualifica del contravventore - spiega l'indagata - che automaticamente i ricorsi venivano archiviati» senza controlli: «Parliamoci chiaro - continua la Diamanti - è un canale privilegiato». Dal 2011 i ricorsi non venivano nemmeno più inviati in Prefettura: ma direttamente cestinati. La Diamanti ha spiegato di aver obbedito all'ordine che le era stato impartito dal suo superiore, Angelo Vitali che, interrogato a Regina Coeli il 31 maggio, ha sostenuto di aver semplicemente fatto un favore al Prefetto: nel 2011, «il Prefetto mi ha detto: dato che gli archivi sono sotto sequestro, dato che mi sono crollati degli archivi, fammi la cortesia di non trasmettermeli perché tanto sono tutti articolo 4, sono organi istituzionali».
PRIVATI CITTADINI
Peccato che, in quelle liste da cestinare, figurassero anche i nomi di alcuni privati cittadini che, in questo modo, hanno evitato di versare migliaia di euro nelle casse del Comune. L'indagato ha raccontato di aver scoperto l'inghippo facendo un controllo: «Dentro quelle liste c'erano soggetti che non dovevano andarci». Come i fratelli Bernabei, gli imprenditori di Trastevere che hanno denunciato taglieggiamenti da parte di quattro vigili ora sotto processo. Erano stati inseriti, come altri privilegiati, perché sul loro ricorso figurava quella che gli inquirenti definiscono una «pezza d'appoggio»: una dichiarazione istituzionale, o un contrassegno comunale, che nessuno aveva controllato. Vitali fa un esempio: bastava che un commissariato dichiarasse «che la vettura sanzionata veniva utilizzata per indagini di polizia giudiziaria. Il Prefetto in quei casi archivia».
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