VALENTINA, COSTRETTA AD ABORTIRE NEL BAGNO IN OSPEDALE: ''ABBANDONATA DA MEDICI OBIETTORI''
''Io sognavo un figlio, un bambino che avesse qualche possibilità di una vita normale. Invece mi sono ritrovata ad abortire al quinto mese sola come un can''.
È la storia raccontata a Repubblica diValentina Magnanti, 28 anni, portatrice di una malattia genetica trasmissibile molto rara, costretta ad abortire, nell'ottobre del 2010, al quinto mese di gravidanza. "Abbandonata in un bagno a partorire il feto morto - racconta - con il solo aiuto di mio marito Fabrizio. E tutto questo per colpa di una legge sulla fecondazione ingiusta, di medici obiettori, di uno Stato che non garantisce assistenza".
La legge 40 è quella sotto accusa. Nonostante la malattia, infatti, Valentina potrebbe avere figli e per questo non può accedere al programma di fecondazione assistita. "A me questa legge ingiusta concede solo di rimanere incinta e scoprire, come poi è avvenuto, che la bambina che aspettavo era malata, condannata - spiega la giovane - Lasciandomi libera di scegliere di abortire, al quinto mese: praticamente un parto".
A questo si aggiunge il problema dei medici obiettori. "Decido di abortire e scopro che la mia ginecologa lo è, si rifiuta di farmi ricoverare. Riesco dopo vari tentativi ad avere da una ginecologa del Sandro Pertini il foglio del ricovero, dopo due giorni, però, perché soltanto lei non è obiettore". Poi il triste epilogo. "É stato un inferno. Dopo 15 ore di dolori lancinanti, tra conati di vomito e momenti in cui svengo, con mio marito sempre accanto che non sa che fare, che chiama aiuto, che va da medici e infermieri dicendogli di assistermi, senza risultato, partorisco dentro il bagno dell'ospedale.
Accanto a me c'è solo Fabrizio". Nessuna assistenza dal personale: "Nessuno ci ha assistito nel momento peggiore. Forse perché da quando sono entrata a quando ho partorito era cambiato il turno, c'erano solo medici obiettori". Al tempo nessuna denuncia. "Quando è finito tutto non avevo più la forza di fare nulla.
L'avvocato parla di omissione di soccorso, io so solo che nessuno deve essere trattato così in un Paese civile. Il responsabile è lo Stato che non garantisce un servizio sanitario adeguato. Nel Lazio quasi tutti i ginecologi sono obiettori". Poi l'apertura da parte dei tribunali, e una nuova speranza. "Almeno sulla legge 40 stiamo avendo ragione. Mi sono rivolta all'associazione Coscioni e abbiamo fatto ricorso perché anche chi ha malattie genetiche possa accedere alla fecondazione
assistita, alla diagnosi pre-impanto, perché non ci si debba ritrovare ad abortire al quinto mese.
E ora il tribunale, per la seconda volta in due mesi, ha sollevato dubbi di costituzionalità su questo punto della legge. Forse ora anch'io potrò diventare madre".
Fonte: leggo.it
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