Su Facebook, 30 milioni di utenti sono morti

Trenta milioni di utenti deceduti. E’ questo l’impressionante numero di utenti di Facebook che sono morti dal momento della loro iscrizione al famoso social network e che continuano a “vivere” online. Si tratta di un numero sempre crescente che non rappresenta una sorta di macabro bilancio all’interno dei numeri forniti dal servizio di Mark Zuckerberg, quanto piuttosto di un’anticipazione di come l’idea della morte potrebbe avere un peso sempre più rilevante nel mondo dei social netowrk.

Se, infatti, fino ad oggi la scomparsa di un parente, amico o conoscente non poteva che avere conseguenze “terrene”, è del tutto evidente che le sempre più numerose interazioni con i propri “alter ego” digitali hanno finito per creare una sorta di seconda vita capace di “sopravvivere” a quella reale. L’argomento, delicato ed allo stesso tempo affascinante per i molteplici aspetti che richiamano altrettante discipline, è stato affrontato all’interno del libro Your Digital Afterlife realizzato sulla base di una serie di ricerche legate alla “comunità dell’aldilà online“.

A tal proposito appare decisamente interessante un’intervista tenuta da Evan Carroll, co-autore dell’opera insieme a John Romano, per il sito Vice all’interno della quale vengono trattati alcuni dei punti fondamentali sulle possibili evoluzioni che il fenomeno della morte potrebbe avere sui social network nel prossimo futuro (e per certi aspetti già da oggi).

Il modo in cui affrontiamo il lutto è influenzato dalle nostre vite, e non c’è dubbio che Internet e i social media abbiano il loro peso. [...] Oggi i social network ci consentono di condividere le memorie di chiunque; prendi Facebook, ogni pagina può diventare un luogo in cui parenti e amici pubblicano i loro ricordi. [...] Chiunque, senza restrizioni di luogo, potrà ricordare questa persona e avere uno spazio virtuale dove farlo. È affascinante che il deceduto possa continuare a fare da ponte tra altre persone anche dopo la morte, continuando ad avere un impatto sul mondo reale.

Secondo Evan, già in Paesi come la Cina ed il Giappone, dove non esistono più spazi tanto grandi da poter seppellire i propri cari, da qualche anno avrebbero iniziato a prendere piede i c.d. cimiteri online, dove è possibile ricordare i defunti attraverso una sorta di blog dedicato e spargendo materialmente le ceneri in mare. In questo modo il ricordo continuerebbe a rimanere “vivo” nel mondo digitale. L’autore di poi si aspetta Your Digital Afterlife, poi, sembrerebbe non avere dubbi sul fatto che in futuro ci potrebbe essere una maggiore attenzione per ciò che si intende condividere “oltre la propria vita terrena”.

Non credo ci si renda conto di crearsi un’eredità a lungo termine quando è sui social. Gli utenti sanno che ciò che condividono può arrivare molto lontano. Però questo non significa che abbiano capito che questa diffusione potrà costituire la storia della loro vita. Tutto ciò ci riporta al problema di fondo dell’essere umano, cioè il rifiuto della mortalità. Pensare a ciò che si lascia equivale ad accettare la propria morte.

Ma Evan non ha dubbi su un punto: la società ha tradizioni “materiali” legate ai defunti troppo solide e non ci sarà mai spazio per una sostituzione definitiva a favore dei social network dedicati all’aldilà.

Non penso che arriveremo davvero a un momento in cui tutto ciò che ci appartiene verrà digitalizzato. La nostra società ha una lunghissima tradizione sulla sepoltura dei morti o la dispersione delle ceneri, e questo non sparirà in un attimo, non con la tecnologia.

In conclusione, l’autore immagina che tra qualche centinaio d’anni i contenuti dei social network potrebbero dar vita una vera e propria branca dell’archeologia capace di riprodurre lo stile di vita delle prime generazioni che hanno vissuto durante la nascita e la diffusione esponenziale della rete.



Fonte: fanpage.it
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